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Voce di Mantova 25 aprile 2017

Rapina_di_Levata_Voce_25-04-2017

Terrore in via Canneti quella notte di febbraio Una brutale aggressione quella patita dal 70enne Franco Signorelli nella notte tra il 6 e il 7 febbraio di tre anni fa che lo costrinse a diversi giorni di ospedale a Brescia. In casa con lui, quella notte, c’era anche la moglie coetanea Vanna Golfrè Andreasi e la mamma di quest’ultima, la 90enne Elsa. Signorelli - ex titolare del Bar Adriano di via Chiassi - raccontò ai giudici di essere stato torturato con il filo spinato mentre i malviventi gli chiedevano quale fosse la combinazione della cassaforte e dove fosse l’oro. La moglie venne invece imbavagliata e presa a pugni. Nessuna pietà nemmeno per la 90enne che venne scaraventata a terra dal letto sul quale stava dormendo. LA DECISIONE VENERDI Vicenda giudiziaria chiusa in poco più di tre anni. In primo grado i due rimediarono 14 anni e 7 mesi: riduzione in Appello Rapina di levata: la sentenza è definitiva La Cassazione respinge il ricorso: i due rumeni devono scontare ll anni MANTOVA Diventa definitiva la condanna a carico del 4lenne Neculai Paduraru e del 27enne Ionut Marin, i due rumeni accusati di essere tra gli autori della rapina di via Canneti, a Levata, consumatasi il 7 febbraio del 2014. La parola fine sulla vicenda l’ha messa la Cassazione che nella giornata di venerdì - a 24 ore circa dall’udienza - ha sancito l’inammissibilità del ricorso. La pena che i due stanno scontando è quella sancita nel gennaio del 2016 presso la Corte d’Appello di Brescia: 11 anni di reclusione, contro i 14 anni e 7 mesi rimediati a Mantova in primo grado. Ad accompagnare gli imputati nell’iter giudiziario sono stati due legali: l’avvocato Maurizio Milan del Foro di Verona e l’avvocato Giorgio Martinelli del Foro di Mantova. Entrambi hanno deciso di rivolgersi alla Corte di Cassazione cercando di ribadire gli stessi motivi esposti nel corso del processo di secondo grado: a parere dei due legali il Ris di Parma non aveva rilevato tracce biologiche riconducibili ai loro assistiti in alcuni elementi ( tra cui una calza da donna con cui i malviventi si erano coperti il viso e una bottiglietta d’acqua) rinvenuti sulla scena del crimine. Dall’altra parte c’erano però le motivazioni della sentenza di primo grado vergate dal Collegio del Tribunale mantovano. Gli indizi, secondo i giudici, erano inequivocabili, a partire dalle intercettazioni telefoniche che individuavano i cellulari dei due nella zona di Levata. Altro elemento a sfavore degli imputati è la deposizione del teste chiave, un 40enne di Borgo Virgilio che si recò dai Carabinieri dopo aver sentito un racconto dettagliato dei fatti di via Canneti, venendo anche minacciato, come raccontò in aula. Deposizione, quest’ultima, che la difesa non riteneva credibile. Il Collegio, nella sentenza di primo grado, aveva tenuto conto anche della posizione del Comitato di Quartiere di Levata - parte civile con l’avvocato Maddalena Grassi - giudicato meritevole di una liquidazione provvisionale da 5mila euro.

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