Rassegna stampa

PDFStampaE-mail

Gazzetta di Mantova 4 ottobre 2011

Martedì 04 Ottobre 2011

Allarme rosso 'ndrangheta I Villagrossi sotto protezione

RODIGO (Rivalta) Allarme rosso. Senza se e senza ma. Basta con le carezze alle carte, banditi i richiami agli anticorpi nordici in grado di scacciare le infiltrazioni mafiose come un’influenza. Stop alle autocombustioni, ai corti circuiti, al troppo caldo, al troppo freddo e alla caccia al piromane psicopatico. Gli investigatori non ci stanno più: ora è guerra «e la faremo con i carrarmati». In via Chiassi è un lunedì di fuoco: la parola mafia ora non è più solo un’eco che riverbera dall’altra sponda del Po, ma sta scritta nera su bianco nei verbali, nelle relazioni, nelle domande degli interrogatori che si susseguono in queste ore. Dietro l’incendio delle sette betoniere della Villagrossi, sabato sera a Rivalta, c’è la mano della ’ndrangheta. Un’ipotesi investigativa che ha spazzato via tutte le altre e fatto scattare tutti sull’allerta. Il primo passo concreto è la convocazione per giovedì mattina del Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico in Prefettura. Sull’ordine del giorno sta scritto “iniziative di prevenzione”, ma nessuno prova a spostare il discorso che sarà incentrato su Rodigo. «Un episodio gravissimo, il primo nel nostro territorio. Un segnale inquietante. Troppo per Mantova». Si sbilancia il colonnello Gerardo Renzi, che contro la mafia ha lavorato per quasi 20 anni. Non dice di più, pesa le parole che aprono scenari imprevisti soltanto fino a sabato sera. Imprevisti «fino ad un certo punto», precisa un investigatore, che in queste ore sta mettendo in fila gli episodi di incendi degli ultimi mesi. Tante coincidenze, tanti punti in comune. Poco o niente di casuale. Le vittime: impresari edili. Lo strumento: il fuoco. Il contesto: collegamento a imprese calabresi. «Anche dopo gli episodi di Curtatone nessuno ci voleva credere. Ora non si può più mettere la testa sotto la sabbia, né parlare di anticorpi. Qui non si incendiano mica solo le macchinette. Hanno alzato il tiro». Ce li ha, gli anticorpi, la Villagrossi, che non si è fatta mettere in ginocchio dalla crisi del settore, ed è finita proprio per la sua solidità e professionalità, nell’affare di piazzale Mondadori che vale sessanta milioni di euro. Fornisce i calcestruzzi all’impresa di Antonio Muto, entrata a grandi falcate nella cordata che realizzerà parcheggio e albergo. Ossigeno per le ditta e i dipendenti. «Ma quell’ossigeno doveva finire in altre bocche. Stiamo cercando i loro volti. Anche se non abbiamo ancora elementi per identificare un’associazione criminale». Collegamenti: difficile non vedere il filo tra l’incendio dell’auto del figlio di Antonio Muto, il 21 settembre a Buscoldo, e il rogo delle betoniere. «Ci stiamo lavorando. Per ora sono ipotesi. Quello che è certo è che a Rodigo si tratta di un atto di chiaro stampo mafioso». Villagrossi a Rodigo e Muto a Buscoldo: due strade che si incrociano a piazzale Mondadori, Mantova. «Resta da capire cosa volevano fare esattamente: se mandare a gambe all’aria l’azienda o inviare un segnale. E non sono dettagli». Mentre i Villagrossi sono sotto stretta sorveglianza, l’episodio sta suscitando le reazioni di politici e associazioni. Marco Carra, deputato del Pd, chiede una reazione civile «che squarci quel muro di gomma che anche nella nostra realtà sta insinuandosi». Chiede che la Camera di Commercio di Mantova aderisca alla convenzione siglata da quelle di Reggio Emilia, Modena, Crotone e Caltanisetta per monitorare i fenomeni economici in collaborazione con la Finanza. «Ritengo opportuno prima che la situazione degeneri, informare la Commissione parlamentare antimafia presieduta da Beppe Pisanu e portare un’interrogazione al ministro degli Interni Maroni». Sulla Commissione antimafia interviene anche Massimiliano Fontana, che chiede un incontro a Mantova con i rappresentanti delle istituzioni, dell’economia e del volontariato sociale. Immediata la reazione di Libera, l’associazione contro le mafie che da anni punta il dito sulla presenza della criminalità organizzata nel Mantovano non solo nel traffico di stupefacenti, ma anche in diversi settori dell’economia legale. «Siamo colpiti ma non sorpresi. È il momento di studiare un’azione di contrasto mettendoci in rete con le associazioni di categoria, comprese le banche, attivando uno sportello di supporto per le aziende». L’episodio di Rodigo dimostra che la mafia ora non evita più di creare panico con gesti eclatanti. Non è più solo subdola, ma agisce alla luce del sole per ostacolare l’economia e danneggiare le nostre comunità». (r.c.)

 

PDFStampaE-mail

Gazzetta di Mantova 3 ottobre 2011

Lunedì 03 Ottobre 2011

La firma del rogo è mafiosa

di Giancarlo Oliani

Il devastante attentato incendiario alla Villagrossi di Rivalta sul Mincio porta una firma inconfondibile: quella della criminalità organizzata. Della peggior specie. Mafia. La piovra ha allungato da tempo i suoi tentacoli nel Mantovano, ma questa volta è venuta platealmente allo scoperto. Un segnale molto forte anche per quelle istituzioni che fino a oggi si sono ostinate a considerare il fenomeno malavitoso come “marginale” per la nostra provincia. Non è così. Le ipotesi degli investigatori vanno esattamente nella direzione opposta, anche perché, negli ultimi tempi, c’è stata una vera e propria impennata di intimidazioni di tipo mafioso, a cominciare dal rogo mirato di auto. L’assalto alla Villagrossi è stato progettato con l’obiettivo di mettere in ginocchio l’azienda. Se uno dei titolari non si fosse accorto in tempo delle fiamme levatesi da uno dei capannoni, della ditta di Rivalta non sarebbero rimaste altro che ceneri. Perché è accaduto? Perché proprio Villagrossi? E qual è l’obiettivo degli attentatori? C’è qualcosa che accomuna il rogo doloso della Villagrossi a quelli messi a segno di recente? Sappiamo soltanto che un paio di settimane fa è stata incendiata l’auto del figlio dell’imprenditore edile Antonio Muto, committente dei lavori per il recupero di piazzale Mondadori. E che allo stesso cantiere lavora la Villagrossi, incaricata della fornitura di calcestruzzo. Se c’è una relazione, sarà compito degli investigatori scoprirlo. Ma torniamo al rogo di Rivalta cercando di ricostruire l’inquietante vicenda dall’inizio. Una delle otto telecamere poste all’interno della ditta ha sancito il momento esatto dell’attentato: le 20.16. A quell’ora due sagome vengono riprese sul retro del capannone dove sono parcheggiati una quindicina di automezzi. Avanzano velocemente ma con una perfetta conoscenza dei luoghi. In mano hanno delle taniche di benzina. In pochi minuti versano il liquido infiammabile nelle cabine di sette betoniere. E appiccano il fuoco. Un densa coltre di fumo comincia a salire dal capannone e per fortuna viene notata da Aldo Villagrossi, uno dei titolari. Se ne accorge per caso e dà l’allarme. Nonostante i suoi ottant’anni, sprezzante del pericolo, riesce a salvare dall’incendio diversi automezzi, con l’aiuto di alcuni dipendenti accorsi sul posto dopo aver sentito lo scoppio dei pneumatici. Soltanto dopo dieci ore di duro lavoro i vigili del fuoco riusciranno a domare le fiamme. Le conseguenze sono disastrose. I danni devastanti: forse superano i due milioni di euro. I carabinieri del reparto investigativo di Mantova, coordinati dal luogotenente Claudio Zanon, sono già al lavoro. E’ stato accertato che gli attentatori sono entrati nell’azienda percorrendo una strada di campagna, ed è molto probabile che abbiano lasciato le loro impronte su una sbarra che chiudeva quella strada. Due di loro, come già accennato, sono stati ripresi dalle telecamere. Forse sono gli stessi che i proprietari hanno notato aggirarsi una settimana prima sulla provinciale, in prossimità dell’azienda. SUL NOSTRO SITO FOTO E VIDEO DELL’ATTENTATO

   

PDFStampaE-mail

Gazzetta di Mantova 23 settembre 2011

Venerdì 23 Settembre 2011

I carabinieri convocheranno Muto

CURTATONE Il caso non è chiuso. È stata aperta un’indagine sul rogo dell’Audi A5 bruciata l’altra notte a Buscoldo. I vigili del fuoco hanno già inviato in Procura quella che tecnicamente si chiama informativa di reato. Tradotto: non ci sono elementi per escludere che si sia trattato di un incendio doloso. Il fatto che non siano state trovate tracce evidenti non è significativo, perché l’auto è andata completamente distrutta. I pompieri, chiamati a mezzanotte e tre quarti, sono rimasti sul posto due ore e un quarto, ma non sono riusciti a salvarla. I tecnici dei vigili del fuoco non si sentono dunque di sottoscrivere le certezze ostentate dal proprietario dall’auto, l’imprenditore edile Antonio Muto, titolare della società “Le costruzioni srl”, che dopo l’incendio aveva parlato di rogo casuale, dovuto ad un corto circuito della macchina, che di solito viene utilizzata dal figlio 22enne Gaetano. Le indagini verranno svolte direttamente dagli uomini del nucleo investigativo dei carabinieri, che hanno già preso in mano la segnalazione dei colleghi di Curtatone, intervenuti sul posto con una pattuglia subito dopo l’incendio. Conclusi i primi accertamenti, verrà sentito il proprietario dell’auto. Sembra proprio questo “particolare” a non aver permesso di chiudere l’episodio con l’etichetta di fatto accidentale. A Curtatone non è certo la prima volta che prendono fuoco auto o furgoni di impresari edili di origine calabrese. Roghi sui quali non è ancora stata fatta chiarezza dagli inquirenti. Nei mesi scorsi la Squadra Mobile ha cominciato a tracciare una specie di mappatura delle imprese edili della zona che fanno capo ad artigiani calabresi con l’obiettivo di trovare eventuali collegamenti con questi episodi. Proprio al ripetersi di questi fatti fa riferimento esplicito, punto per punto, la segnalazione dei carabinieri partita per la Procura. Nonostante il proprietario abbia escluso in modo categorico la mano di un piromane, gli inquirenti vogliono vederci chiaro. Soltanto in giugno avevano preso fuoco, a Levata, quasi contemporaneamente, due furgoni di proprietà di due artigiani edili di origini calabresi, entrambi incensurati. (r.c.)

   

PDFStampaE-mail

Gazzetta di Mantova 22 settembre 2011

Giovedì 22 Settembre 2011

Brucia nella notte l'auto di Muto jr

di Rossella Canadè

CURTATONE Una fiammella nella notte, poi il fuoco, una lingua dopo l’altra, ha divorato la lamiera dell’auto. Un incendio ha distrutto, l’altra sera poco dopo mezzanotte, la macchina di Gaetano Muto, figlio di Antonio, il noto imprenditore edile. L’Audi A5, nuova, era parcheggiata in strada a Buscoldo, vicino all’abitazione della famiglia. Quando i vigili del fuoco sono arrivati, intorno alle due, le fiamme avevano già procurato danni irreparabili. «Si è trattato di un corto circuito, senz’altro», afferma Antonio Muto, che non mostra dubbi sulla casualità dell’episodio e racconta. «Ad accorgersi dell’incendio – ricostruisce – è stato un ragazzo vicino di casa, Flaviano. Ha visto una fiammella vicino alla mascherina anteriore dell’auto e ha chiamato i vigili del fuoco. Sono arrivati verso le due. Io l’auto non l’ho vista dopo, ma credo che sia distrutta». Muto esclude categoricamente che ci sia la mano di un piromane dietro il gesto: «Nessuno l’ha bruciata, è stato un problema della macchina. Poi credo che se uno volesse dar fuoco ad un’auto non lo farebbe a mezzanotte, quando la gente è ancora sveglia, ma aspetterebbe la notte, per la sicurezza di non essere visto». L’episodio è già sul tavolo dei carabinieri che svolgeranno accertamenti approfonditi. A muoverli, aldilà della relazione dei vigili del fuoco, che non avrebbero trovato taniche, né tracce di combustibili, né altri segnali attribuibili ad un piromane, ci sono due scrupoli. Il primo è il fatto che l’auto fosse nuova, quindi non così soggetta a guasti improvvisi. Il secondo è il contesto: questo non è certo il primo episodio di auto di proprietà di imprenditori edili che prendono fuoco, in particolare a Curtatone. Escludere un collegamento con gli altri fatti diventa, per gli inquirenti, doveroso. In giugno due incendi quasi contemporanei avevano distrutto due furgoni di altrettanti artigiani edili di origini calabresi , residenti a Curtatone, titolare dell’impresa il primo, suo dipendente l’altro, entrambi incensurati. Difficile, in quel caso, pensare all’accidentalità dei fatti, sui quali sono ancora in corso indagini. La polizia sta cercando collegamenti con episodi simili, in particolare quello di un mese prima a Levata, quando qualcuno con una tanica di benzina aveva dato fuoco ad una Mercedes classe A e a una Smart di un commerciante di carne del posto. Un anno prima ancora a Levata, era finita in cenere una macchina per l’asfaltatura. Dai dati dei vigili del fuoco, esaminati in una recente inchiesta della Gazzetta emerge che gli incendi dolosi delle auto in un anno in provincia di Mantova sono quadruplicati.

   

PDFStampaE-mail

Gazzetta di Mantova 10 agosto 2011

Mercoledì 10 Agosto 2011

   

Pagina 63 di 64

<< Inizio < Prec. 61 62 63 64 Succ. > Fine >>

Proseguendo la navigazione su questo sito, accetti l'utilizzo dei cookie a scopi statistici e per rendere il sito di più facile utilizzo. Per saperne di più.Garante per la protezione dei dati personali